
Chi vive accanto a un capannone da centinaia di megawatt raramente si appassiona alle promesse sull’intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti i data center sono diventati il tema politico più divisivo dell’anno elettorale, e chi li promuove ha trovato un capro espiatorio comodo nella Cina. Mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato, guadagna spazio la tesi secondo cui l’ostilità degli americani verso le infrastrutture che alimentano l’IA sarebbe il prodotto di un’operazione di influenza straniera, nonostante le prove a sostegno restino fragili.
I numeri raccontano un cambiamento di clima netto. Oggi fino al 75 per cento degli americani dichiara che si opporrebbe alla costruzione di un data center nella propria zona, contro il 42 per cento del 2025. Un fronte così ampio ha già prodotto conseguenze politiche, perché figure che fino a poco tempo fa sostenevano apertamente questi investimenti, come il governatore del Texas Greg Abbott e quello della Pennsylvania Josh Shapiro, hanno cambiato tono per intercettare l’umore degli elettori. Altri hanno scelto la strada opposta, allineandosi al sostegno convinto del presidente Donald Trump e attribuendo il malcontento a mani straniere.
Il punto di svolta è arrivato a fine agosto, quando X ha annunciato di aver individuato duecento account collegati alla Cina impegnati a diffondere argomenti contro i data center. La notizia ha generato titoli allarmati, amplificati proprio su X da politici e commentatori favorevoli al settore, e pochi giorni dopo lo stesso Trump ha scritto su Truth Social che la Cina non potrebbe essere più felice del movimento anti data center. Va però ricordato che quei duecento account facevano parte di una rete complessiva di duecentomila profili, una goccia nel mare.
Il precedente più citato risale a giugno, quando OpenAI ha bloccato un gruppo di utenti ritenuti legati al governo cinese che stavano, secondo l’azienda, testando narrazioni contro le infrastrutture per l’IA. Nello stesso rapporto, però, OpenAI riconosceva che quegli account si limitavano a sfruttare un malcontento già esistente. La società di analisi Graphika, che monitora la conversazione online sul tema, conferma che l’opposizione resta in larghissima parte di origine interna.
Il paradosso è che una dipendenza reale dalla Cina esiste, ma riguarda l’hardware. Trasformatori, quadri elettrici, batterie e componenti ottiche arrivano in quota rilevante da fornitori cinesi. L’ordine esecutivo firmato ad agosto apre alla limitazione di alcune apparecchiature elettriche estere, e si lavora a un divieto sui transceiver ottici. Attribuire a Pechino il dissenso dei cittadini rischia di distogliere l’attenzione da una vulnerabilità concreta e, ancor prima, dalle ragioni ambientali ed economiche che stanno davvero erodendo il consenso. Restano quelle sul tavolo anche dopo il voto, quando i sospetti sulle interferenze avranno smesso di fare notizia.
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