Il Dipartimento di Giustizia USA si schiera con OpenAI contro il New York Times

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Nella causa che il New York Times ha intentato nel dicembre 2023 contro OpenAI e Microsoft si è inserito un attore inatteso, il governo federale. Con un documento di venti pagine depositato il 2 settembre presso la corte distrettuale meridionale di New York, il Dipartimento di Giustizia ha preso posizione a fianco di OpenAI, sostenendo che addestrare modelli linguistici su materiale protetto da copyright rientra nel fair use. Non è una sentenza, ma è un intervento che pesa.

Il nodo giuridico è noto e tutt’altro che banale. I grandi modelli linguistici che alimentano ChatGPT, Claude e Gemini sono stati addestrati su quantità enormi di testi pubblicati, spesso raccolti senza chiedere il permesso a chi li ha scritti. Il fair use è quell’eccezione del diritto d’autore statunitense che consente, in certi casi, di utilizzare opere altrui senza autorizzazione, soprattutto quando l’uso è sufficientemente trasformativo. Secondo gli avvocati del governo, l’addestramento sarebbe addirittura straordinariamente trasformativo, e i modelli di OpenAI non entrerebbero in concorrenza diretta con gli articoli del quotidiano.

Il testo va oltre il singolo caso. Sostiene che una lettura restrittiva del fair use ostacolerebbe il progresso scientifico e la prosperità americana, richiama l’ordine esecutivo firmato da Trump l’anno scorso sulla leadership globale nell’intelligenza artificiale e precisa che gli argomenti valgono anche per le cause parallele promosse da altri editori e autori. Curiosa e non casuale la citazione di Joan Didion, che da ragazza ricopiava a macchina i racconti di Hemingway per imparare a scrivere, la stessa analogia tra macchina e apprendista umano usata dal giudice Alsup nel caso Anthropic.

Il precedente pesa. Nel 2025 quella decisione stabilì che addestrare modelli su libri legalmente acquistati era lecito, ma condannò l’azienda per aver attinto a biblioteche pirata, con un accordo da 1,5 miliardi di dollari. Anche Kadrey contro Meta si chiuse a favore dell’azienda, ma solo per insufficienza di prove sul danno. Il Times parla di amministrazione schierata con poche società da mille miliardi contro i creatori, mentre l’Authors Guild denuncia una comprensione distorta della dottrina.

Vale la pena ricordare che lo stesso Times ha firmato nel 2025 un accordo di licenza con Amazon, e che decine di testate hanno accordi con OpenAI. Il mercato, insomma, sta già costruendo la propria risposta mentre i tribunali discutono. Lo scenario più probabile non è una vittoria netta di una parte, ma un equilibrio in cui l’addestramento resta legittimo e il vero terreno di scontro diventa la provenienza dei dati e la sostituibilità economica dei contenuti originali. Resta da capire chi, in quell’equilibrio, avrà voce nel definirne le regole, e se una dottrina nata per proteggere critici, studiosi e satiristi possa reggere il peso di un’industria che vale quanto il PIL di una nazione.

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