Trump firma l’ordine esecutivo sull’IA, ma la Silicon Valley lo annacqua

Donald Trump, immaginato da L. Sambucci con Midjourney 6.1

Dopo settimane di tensioni interne all’amministrazione e una cerimonia di firma cancellata all’ultimo momento lo scorso 21 maggio, il presidente Donald Trump ha finalmente messo nero su bianco il tanto discusso ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale. La versione approvata ieri, però, è sensibilmente più morbida rispetto alla bozza originaria, frutto evidente del braccio di ferro tra chi a Washington spinge per una supervisione più rigorosa e chi, invece, teme che qualsiasi regolamentazione possa frenare la corsa americana contro la Cina.

Il provvedimento istituisce un quadro volontario in base al quale le aziende che sviluppano modelli di frontiera, come OpenAI, Anthropic e Google, sono invitate a sottoporre i propri sistemi al governo federale per una valutazione 30 giorni prima del rilascio pubblico. La bozza iniziale prevedeva una finestra di 90 giorni, mentre l’industria spingeva per appena due settimane, e il compromesso a 30 giorni rappresenta una mediazione che lascia probabilmente scontente entrambe le parti. L’ordine esclude esplicitamente qualsiasi forma di licenza obbligatoria o autorizzazione preventiva per lo sviluppo e la distribuzione di nuovi modelli.

Il testo include anche una direttiva al Dipartimento di Giustizia affinché tratti come priorità i reati informatici assistiti dall’IA, in particolare l’hacking e gli accessi non autorizzati. La preoccupazione è concreta, dato che modelli recenti come Mythos di Anthropic e GPT-5.5 di OpenAI hanno dimostrato una sorprendente capacità di individuare vulnerabilità nei sistemi software legacy, trasformando di fatto l’IA in una questione di sicurezza nazionale. Rilevante l’assenza dei CEO della Silicon Valley alla firma, originariamente prevista come evento pubblico e poi degradata a cerimonia privata, segnale di quanto il dossier rimanga politicamente scivoloso.

Dietro la firma si intravede una battaglia interna che è tutt’altro che conclusa. Da una parte la capo di gabinetto Susie Wiles, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il direttore nazionale per la cybersicurezza Sean Cairncross, favorevoli a un perimetro regolatorio più solido; dall’altra David Sacks, ex “zar” dell’IA nella Casa Bianca, che ha ottenuto l’annacquamento del testo invocando il rischio di soffocare l’innovazione. Lo scenario che si profila è quello di una governance dell’IA frammentata, in cui Washington cerca di tenere insieme l’imperativo geopolitico della competizione con Pechino e la consapevolezza, sempre più diffusa, che lasciare totalmente alle aziende l’autovalutazione dei propri modelli non sia più sostenibile. La vera partita, probabilmente, si giocherà sul piano internazionale, e i prossimi negoziati transfrontalieri con la Cina, affidati proprio a Bessent, diranno se la cornice volontaria reggerà o se sarà solo la prima tappa di un percorso regolatorio più stringente.

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