Strategia AI del Regno Unito: cosa c’è, cosa manca

Bandiera del Regno Unito / UK

Dopo una lunga gestazione, il Regno Unito ha pubblicato ufficialmente la sua strategia nazionale per l’intelligenza artificiale. L’Office for Artificial Intelligence, un apposito ufficio governativo coordinato congiuntamente dal Department for Business, Energy & Industrial Strategy e dal Department for Digital, Culture, Media & Sport, non ha usato mezze misure nella presentazione del documento: per il Governo di Sua Maestà l’intelligenza artificiale ha “un enorme potenziale per riscrivere le regole di intere industrie, promuovere una considerevole crescita economica e trasformare tutti i settori della vita.”

Londra non fa mistero di volersi posizionare ai vertici mondiali di questa innovazione: “Il Regno Unito è una superpotenza globale nell’AI ed è ben posizionato per guidare il mondo nel prossimo decennio come una vera e propria potenza di ricerca e innovazione“. Una presa di posizione decisa, se consideriamo la vicinanza sia con l’Europa che ambisce a imporre le sue regole in tutto il mondo, sia con gli Stati Uniti che oggi sono ancora – di fatto – al vertice del settore.

Con queste premesse non sorprende la sicurezza con cui esordisce il testo ufficiale: “Il nostro piano decennale per rendere la Gran Bretagna una superpotenza globale dell’AI“. È così che i ministri Kwasi Kwarteng e Nadine Dorries introducono il documento, che qui andremo ad analizzare nei suoi contenuti più salienti.

Anzitutto, la strategia si fonda su tre pilastri:

  1. investire e pianificare per le necessità a lungo termine dell’ecosistema AI al fine di mantenere la leadership del Regno Unito come superpotenza scientifica e per l’AI;
  2. sostenere la transizione verso un’economia facilitata dall’AI, sfruttando i benefici dell’innovazione nel Regno Unito e assicurando che l’AI trasmetta vantaggi a tutti i settori e a tutte le regioni;
  3. assicurare che il Regno Unito ottenga la giusta governance nazionale e internazionale delle tecnologie di AI per incoraggiare l’innovazione, gli investimenti e proteggere il pubblico e i suoi valori fondamentali.

Leggendo il testo si nota subito come gli esperti che hanno redatto la strategia comprendano bene che l’intelligenza artificiale, pur portando innegabili vantaggi all’intera economia di un Paese, da sola non basta ad assicurare che questi benefici arrivino a tutti i settori. Immancabilmente ci saranno aziende che avranno difficoltà a stare al passo, vuoi perché non sarà facile trovare personale che sappia lavorare con l’AI, vuoi perché certi trasferimenti tecnologici a molti imprenditori non appariranno immediati. Forse è per questo che in certi punti cruciali il testo si rivolge proprio a loro: “Se gestisci un’azienda – che sia una startup, una PMI o una grande azienda – il governo desidera che tu abbia accesso alle persone, alle conoscenze e alle infrastrutture di cui avrai bisogno per mantenere la tua azienda al passo con le trasformazioni portate dell’AI, rendendo il Regno Unito un’economia globalmente competitiva e ‘AI-first’ che porterà beneficio a ogni regione e in ogni settore.

Il documento include poi una timeline di interventi, suddivisi in azioni pressoché immediate (entro tre mesi), a medio termine (da 6 a 12 mesi) e a lungo termine (dopo un anno), ordinati in base alle tre priorità elencate poco prima. Fra le attività da fare subito notiamo interventi in ambito educativo, particolare attenzione alla governance dei dati e un trittico di azioni per esplorare l’AI in settori chiave come la sanità, la difesa e i brevetti.

A medio termine, il Governo intende dar luogo a iniziative che sotto certi aspetti potremmo familiarmente definire come una “lista della spesa” per l’AI: chiarire quali siano le competenze che i lavoratori debbano acquisire per lavorare con l’AI, capire quanti debbano essere i finanziamenti privati per il settore, stabilire quanta potenza di calcolo complessiva sia necessaria per sostenere l’industria AI nazionale. Oltre a questo, sempre entro un anno, il Regno Unito intende pubblicare un regolamento per la governance dell’AI – in diretta competizione con quello europeo – e iniziative per la trasparenza algoritmica, gli standard e la sicurezza dell’AI.

A lungo termine, da iniziare quindi non prima di un anno (forse più), vi saranno iniziative per verificare quale sia l’approccio nazionale verso l’approvvigionamento di semiconduttori, per mettere a disposizione dataset governativi, per scambiare tecnologie con Paesi terzi e – con un ritardo che ha fatto discutere – per dare attenzione ai temi sociali ed etici nello sviluppo di tecnologie AI.

Interessante, restando nel lungo termine, il passaggio sull’AGI, la Artificial General Intelligence, ovvero quella intelligenza artificiale generale che per ora alberga solo nei film e nei romanzi di fantascienza. In realtà oggi ancora non si sa con certezza se l’AGI sia veramente raggiungibile (a parte fantasiose previsioni che lasciamo ai tecno-guru), e al momento la semplice nozione di “macchine pensanti” dà fastidio a chi, invece, cerca di tenere i piedi per terra. Ma poiché un arrivo incontrollato all’AGI potrebbe davvero essere devastante per l’umanità, il Governo UK vuole tenersi pronto: “Mentre l’emergere dell’Intelligenza Artificiale Generale (AGI) può sembrare un concetto fantascientifico, la preoccupazione per la sicurezza dell’AI e per i sistemi non allineati all’uomo non è affatto limitata ai margini del settore. […] siamo fermamente convinti che sia fondamentale osservare l’evoluzione della tecnologia, prendere seriamente la possibilità di AGI e di “AI più generale”, e dirigere attivamente la tecnologia in una direzione pacifica e allineata all’uomo.

Tornando ai tre pilastri, ognuno di essi è preceduto da diversi capitoli che riepilogano quello che è stato fatto finora, un’esposizione che spiega quali sono le opportunità e quali le difficoltà, concludendosi con un elenco di azioni che il Governo si impegna a intraprendere.

Pilastro 1: Investire nelle esigenze a lungo termine dell’ecosistema AI

Fra le azioni che il Regno Unito adotterà per far fronte alle necessità di lungo termine risaltano in modo particolare le seguenti:

  • lancio di un nuovo programma nazionale di ricerca e innovazione sull’AI per stimolare nuovi investimenti nella ricerca fondamentale sull’intelligenza artificiale;
  • piano per attrarre nel Regno Unito competenze dall’estero (“le persone più brillanti“) per sviluppare l’AI;
  • programmi per insegnare l’intelligenza artificiale ai bambini, che raggiungano tutte le fasce demografiche, attraverso il National Centre for Computing Education (NCCE);
  • produrre open data strutturati, quindi facilmente gestibili da procedure automatizzate, a beneficio sia del pubblico sia delle imprese.
Pilastro 2: assicurare che l’AI porti benefici a tutti i settori e a tutte le regioni

Questo è il punto che commentavamo in precedenza, ovvero fare in modo che i benefici dell’AI ricadano su tutti. Per arrivare a questo il Governo britannico si impegna a:

  • lanciare un programma per stimolare lo sviluppo e l’adozione di tecnologie di intelligenza artificiale in settori ad alto potenziale e a bassa maturità AI;
  • pubblicare, verso l’inizio del 2022, una bozza di strategia nazionale per l’AI nella sanità e nell’assistenza sociale, documento che definirà la direzione per l’AI nella sanità e nell’assistenza sociale fino al 2030;
  • accordi bilaterali e multilaterali per promuovere i vantaggi strategici del Regno Unito in settori come l’energia, attraverso l’estensione di aiuti per sostenere gli ecosistemi AI locali nelle nazioni in via di sviluppo;
  • pubblicare una ricerca sui fattori determinanti che influenzano la diffusione dell’AI nell’economia;
  • pubblicare la strategia AI del Ministero della Difesa, per spiegare come raggiungere e sostenere il vantaggio tecnologico ed essere una superpotenza scientifica nella difesa; la strategia dovrà delineare anche l’istituzione di un nuovo Defence AI Centre, un centro per l’AI militare.
Pilastro 3: governare l’AI in modo efficace

Il terzo e ultimo pilastro può essere inteso come una risposta agli altri partner internazionali, Unione Europea in testa, che hanno già pubblicato – almeno in bozza – le loro idee su come regolamentare l’intelligenza artificiale. Il Regno Unito non intende accettare passivamente le regole degli altri, anche se come è naturale attendersi afferma che si impegnerà per armonizzare la sua governance con quelle “ancora in fase di sviluppo” come la proposta della Commissione Europea e quella del Consiglio d’Europa: “Lavoreremo per riflettere il punto di vista del Regno Unito sulla governance internazionale dell’AI e prevenire divergenze e attriti tra i partner, oltre che per evitare l’abuso di questa tecnologia critica.

I piani del governo per la governance sono i seguenti:

  • sviluppare, in un libro bianco da pubblicare a inizio 2022, una posizione nazionale pro-innovazione sul governo e sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale;
  • creare un AI Standards Hub per coordinare l’impegno del Regno Unito nella standardizzazione dell’AI a livello globale;
  • sostenere il continuo sviluppo di nuove capacità in materia di affidabilità, accettabilità, adottabilità e trasparenza delle tecnologie AI attraverso il programma nazionale di ricerca e innovazione;
  • rendere pubblico, quando sarà adottato, l’approccio del Ministero della Difesa in merito alle tecnologie di intelligenza artificiale;
  • sviluppare uno standard intergovernativo per la trasparenza algoritmica;
  • collaborare con l’Alan Turing Institute per aggiornare la guida sull’etica e la sicurezza dell’AI nel settore pubblico;
  • collaborare con i responsabili della sicurezza nazionale, della difesa e con i principali ricercatori per comprendere come anticipare e prevenire i rischi catastrofici.

Cosa manca?

Nel titolo di questa breve analisi accennavo a delle mancanze, elementi che mi aspettavo di trovare ma che o non sono pervenuti, oppure sembra siano stati messi lì solo per facciata. Andiamo brevemente a elencarli.

I finanziamenti

È forse l’assenza più pesante. Di solito questi documenti strategici sono accompagnati da un annuncio altrettanto importante sui soldi che il Governo metterà a disposizione, intesi come investimenti nuovi e massicci, che servono anche a sottolineare l’importanza della policy e a indicare qual è il suo posto nelle priorità del Paese. Il documento elenca i finanziamenti passati, quelli erogati ad altre iniziative, ma manca un numero, il numero che avrebbe dovuto mettere la corona sulla strategia nazionale. È possibile che ci sia stato un infelice accavallamento di date, visto che il Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak pianifica di presentare la spending review il 27 ottobre, ad ogni modo è una mancanza che si fa notare.

La governance

Curioso che uno dei tre pilastri sia sostanzialmente incompleto. La governance viene considerata una delle priorità della strategia nazionale, eppure abbiamo letto solo vaghe linee di principio e una sfilza di “ci penseremo”. Il primo documento utile uscirà solo a “inizio 2022” e sarà un libro bianco. La sensazione è che il Regno Unito non potesse più ritardare una risposta alla proposta di regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, ma che di fatto non avesse nulla di concreto da mostrare. Il risultato è che Londra ha alzato la posta (indicando la regolamentazione come uno dei pilastri strategici fondamentali) ma allo stesso tempo ha rimandato tutto all’anno prossimo.

L’etica

Ho fatto una prova. Anzitutto ho contato quante volte il documento trattasse di etica (ethics) o di principi etici (ethical). Insieme, i due termini sono presenti 19 volte nel documento.

Poi ho contato quante volte si parlasse di difesa, intesa come militare (defence) o come sicurezza nazionale (national security). I termini sono presenti ben 46 volte, più del doppio rispetto alle questioni etiche.

Questo rozzo conteggio è in linea con la sensazione che si ha dopo aver letto la strategia, ovvero che i temi etici non solo non siano stati affrontati con la giusta importanza, ma che il documento mostri maggiore interesse nel trattare tematiche militari e di difesa nazionale. Argomenti, questi ultimi, che devono senz’altro trovare la loro giusta collocazione all’interno di una strategia nazionale, non è questo il punto. Il problema è come l’etica sia stata spesso relegata a posizioni di secondo piano, messa lì quasi perché sarebbe stato scandaloso non menzionarla. Conoscendo alcune delle persone che hanno lavorato a questa strategia, la scarsa considerazione data alle questioni di AI ethics mi ha sorpreso, ma presumo esse siano state vittima di tagli e compromessi fra le diverse parti.

Peccato per il Regno Unito; una vera superpotenza dell’AI non può esimersi dall’assegnare un posto di primo piano alle questioni etiche. Osserviamo quindi come l’Unione Europea continui a mantenere la leadership – per ora incontrastata – nella promozione dei principi etici dell’intelligenza artificiale.

Sono partner e fondatore di SNGLR Holding AG, un gruppo svizzero specializzato in tecnologie esponenziali con sedi in Europa, USA e UAE, dove curo i programmi inerenti l'intelligenza artificiale. Dopo la laurea in Management ho conseguito una specializzazione in Business Analytics a Wharton, una certificazione Artificial Intelligence Professional da IBM e una sul machine learning da Google Cloud. Sono socio fondatore del chapter italiano di Internet Society, membro dell’Associazione Italiana esperti in Infrastrutture Critiche (AIIC), della Association for the Advancement of Artificial Intelligence (AAAI), della Association for Computing Machinery (ACM) e dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (AIxIA). Dal 2002 al 2005 ho servito il Governo Italiano come advisor del Ministro delle Comunicazioni sui temi di cyber security. Oggi partecipo ai lavori della European AI Alliance della Commissione Europea e a workshop tematici della European Defence Agency e del Joint Research Centre. Questo blog è personale.