Opinione: non si può mettere in pausa il futuro

Città futura

In questo articolo spiego perché non condivido la proposta europea (non ancora espressa ufficialmente ma filtrata dalla bozza di un documento interno) di vietare trasversalmente per un periodo di tre/cinque anni le tecnologie di riconoscimento facciale nei luoghi pubblici.

Il mio scetticismo al divieto nasce da lontano, ed è qualcosa che trascende i rischi del riconoscimento facciale. Da tecnologo mi sono reso conto già tanto tempo fa che la tecnologia viaggia più velocemente di noi, delle nostre leggi, delle nostre abitudini, dei nostri modi di imparare e trasmettere la conoscenza, delle nostre forme di organizzazione politica. Questa differenza di velocità determina uno dei grandi rischi che corre il genere umano: non stare al passo con quello che inventa.

Arrivano nuove tecnologie che capiscono in pochi, difficili da usare ma facili da abusare, che la politica e la giurisprudenza non comprendono in tempo utile. Non le capiscono non perché politica e giurisprudenza siano composte da inetti (magari qualcuno sì, ma facciamo finta di no), bensì perché tali organismi sono fatti per occuparsi di qualcosa solo quando diventa un problema, oppure quando assume dimensioni tali da essere considerato rilevante da un numero sufficiente di cittadini.

E quando se ne occupano sono purtroppo molto lenti, un po’ perché necessitano di tempo materiale per comprendere e assorbire un argomento che fino a quel momento avevano ignorato, e un po’ perché leggi e regolamenti richiedono riflessione, dibattito, la necessità di coinvolgere tutte le parti in causa.

Ecco quindi arrivare la proposta di oggi (per ora solo ventilata in via ufficiosa): vietiamo per N anni la tecnologia X perché prima dobbiamo capirla meglio. A parte il fatto che se questa non è un’ammissione di inadeguatezza non so in quale altro modo possiamo chiamarla. Ma non è così che ci si prepara al futuro, non è questo il modo per affrontare le tecnologie che approdano, spesso repentinamente, nelle nostre vite. Oggi possono pure ottenere che la tecnologia X venga rallentata o fermata all’interno di quell’area geografica ben delimitata che si chiama Europa, ma più andiamo avanti nel nostro futuro, più rapidamente verranno create nuove tecnologie, nuovi usi, nasceranno nuovi pericoli. Cosa faremo, chiederemo a ogni innovazione tecnologica potenzialmente dannosa di fermarsi per cinque anni ai confini d’Europa?

In un mondo iper-connesso dove ormai Usa, Russia, Cina, India e altri Paesi sono alle porte di casa nostra, ma senza le nostre regole, davvero pensiamo che anche loro si fermeranno insieme a noi?

Facciamo finta che davvero ci riusciamo, che arginiamo una tecnologia diffusa e vietiamo che sia usata per qualche anno nei 27 Paesi dell’UE. Cosa succederà nel mondo che attorno a noi continua a evolversi? Anzitutto nel breve e medio termine i nostri ricercatori andranno altrove a fare innovazione, perché sarà lì che verranno create nuove aziende. Già oggi ci lamentiamo che molti bravi ricercatori europei di intelligenza artificiale lavorano e fanno innovazione negli Stati Uniti. Ma con queste premesse chi mai vorrà metter base o investire soldi in un’Europa che vieta una tecnologia allo stesso tempo utile e rischiosa perché si accorge di non essere in grado di legiferare abbastanza velocemente?

È nel medio-lungo termine però che pagheremo il conto più salato. Per poter far fronte al problema che ho espresso prima, ovvero del futuro a due velocità (innovazioni rapide contro legislazione lenta) abbiamo bisogno di trovare metodi e soluzioni per consentirci di legiferare più velocemente ed efficacemente. Gli organi deputati a tale compito devono in un certo senso “farsi crescere un muscolo” che oggi non hanno, ma che gli servirà sempre di più con gli anni a venire. Non possono dire “mi serve più tempo per legiferare sul riconoscimento facciale”, ma devono usare le difficoltà di oggi per capire cosa c’è che non va nelle loro procedure, nei loro sistemi, finanche nei loro componenti, e correggere tali lacune strutturali. Se consentiamo ai nostri politici di spostare la data dell’esame solo perché si sono resi conto che non hanno studiato, diamo loro un precedente pericoloso, e soprattutto gli facciamo capire che a noi va bene così, che questa è una scappatoia possibile quando ci si trova davanti un argomento ostico per il quale ci si sente poco preparati.

Il vero problema è che questo genere di difficoltà aumenterà a ritmi sempre più incalzanti man mano che andiamo avanti nel nostro futuro fatto di intelligenza artificiale. Se oggi riescono a farla franca in questo modo, i nostri legislatori non saranno mai pronti a quello che ci riserveranno gli anni a venire. Ogni volta che arriverà qualcosa di dirompente chiederanno di avere un lustro per groccarlo, perché non si sono preparati, perché non hanno saputo o voluto far crescere quel “muscolo”. Fino a che non arriveremo a quell’innovazione o a quel gruppo di tecnologie che è impossibile mettere in pausa, dove noi europei ci scopriremo giuridicamente, politicamente e socialmente vulnerabili.

Visto il futuro che ci aspetta nei prossimi decenni io credo sia da irresponsabili consentire ai nostri legislatori di “bigiare la scuola” al primo appuntamento difficile, rimandandolo perché non sono pronti. Il riconoscimento facciale è qui, oggi, con tutti i suoi vantaggi e svantaggi. Deve essere regolamentato, normato efficacemente per massimizzare i benefici e mitigare i rischi, e deve essere fatto subito, non fra tre o cinque anni. Anni durante i quali il mondo avrà continuato a evolversi così velocemente che se non eravamo pronti oggi, di certo non lo saremo nel 2025.

Sono Head of Artificial Intelligence di SNGLR Holding AG, un gruppo svizzero specializzato in tecnologie esponenziali con sedi in Europa, USA e UAE, dove curo i programmi inerenti all'intelligenza artificiale. Dopo la laurea in Management ho conseguito una specializzazione in Business Analytics a Wharton, una certificazione Artificial Intelligence Professional da IBM e una sul machine learning da Google Cloud. Ho trascorso la maggior parte della carriera – trent'anni - nel settore della cybersecurity, dove fra le altre cose sono stato consigliere del Ministro delle Comunicazioni e consulente di Telespazio (gruppo Leonardo). Oggi mi occupo prevalentemente di intelligenza artificiale, con consulenze sull'AI presso aziende private e per la Commissione Europea, dove collaboro con la European Defence Agency e il Joint Research Centre. Questo blog è personale.