
Rallentare, nel settore dell’intelligenza artificiale, ha sempre significato perdere. Nelle ultime settimane qualcosa si è incrinato. Chris Lehane, responsabile delle politiche globali di OpenAI, ha confermato martedì ai giornalisti che la sua azienda dialoga da settimane con Anthropic e Google DeepMind sui temi della sicurezza dei modelli di frontiera. Non un incontro isolato, dunque, ma un canale aperto tra concorrenti diretti, mentre lo stesso Lehane si trova a Washington per lavorare con i legislatori statunitensi sui rischi catastrofici legati all’IA.
L’ammissione arriva subito dopo il saggio pubblicato sabato da Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che ha invitato l’industria a collaborare per rallentare lo sviluppo dei sistemi più avanzati ed evitare scenari disastrosi. Il documento ha raccolto adesioni trasversali, da Sam Altman di OpenAI a Demis Hassabis di Google fino a Elon Musk. Altman ha addirittura annunciato che OpenAI seguirà Anthropic nell’ospitare valutatori terzi all’interno dell’azienda, con il compito di monitorare la sicurezza dei modelli. Un gesto che, per un settore abituato alla segretezza industriale più rigida, ha un peso non banale.
Resta un nodo giuridico delicato, perché un coordinamento tra i tre principali laboratori del mondo potrebbe essere interpretato come intesa restrittiva della concorrenza, come ha notato Altman stesso. Amodei aveva proposto una deroga governativa circoscritta per consentire la cooperazione sulla sicurezza, ma secondo Lehane le aziende non ne hanno bisogno. In parallelo, The Information riferisce che i tre gruppi stanno lavorando alla creazione di un organismo di standard per l’industria, un’idea che Hassabis aveva rilanciato già a luglio chiedendo agli Stati Uniti un ente di vigilanza capace di esaminare i modelli più avanzati e coordinare eventuali frenate collettive.
Il quadro politico, però, va in direzione opposta. Il presidente Trump ha definito i timori sulla sicurezza una montatura, sostenendo che qualsiasi rallentamento favorirebbe la Cina, e il suo consigliere David Sacks ha liquidato come esagerate le paure di rischio esistenziale. Non sorprende quindi che Altman abbia detto ai dipendenti che l’organismo di standard andrà costruito senza l’appoggio di Washington. OpenAI sostiene comunque una norma del FRONTIER Act che obbligherebbe i principali laboratori ad accogliere organizzazioni indipendenti di verifica.
Lo scetticismo è legittimo, perché con IPO potenzialmente da mille miliardi all’orizzonte invocare prudenza serve anche a rassicurare gli investitori e, allo stesso tempo, a ricordare quanto potenti siano le tecnologie in questione. Eppure il cambio di tono ai vertici sembra reale. La vera partita non è la retorica, ma se l’autoregolamentazione privata riuscirà a produrre verifiche indipendenti con denti veri, in assenza di un arbitro pubblico disposto a esercitare quel ruolo. E se quell’arbitro continuerà a mancare, la domanda diventerà un’altra: quanto a lungo un’industria può sorvegliare se stessa prima che qualcuno, dall’esterno, decida di farlo al posto suo.
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