
Con un ordine esecutivo firmato lo scorso 14 luglio, la governatrice Kathy Hochul ha reso lo Stato di New York il primo negli Stati Uniti a imporre una moratoria statale sulla costruzione di nuovi data center di grandi dimensioni. Una decisione destinata a far discutere, perché arriva nel pieno della corsa all’infrastruttura per l’intelligenza artificiale e mette in discussione un modello di sviluppo che, fino a pochi anni fa, veniva accolto come una benedizione economica dagli stessi governatori che oggi lo ostacolano.
L’ordine sospende per un anno l’approvazione dei permessi ambientali per i data center superiori ai 50 megawatt, potenzialmente colpendo più di una dozzina di progetti già in cantiere. Nello stesso periodo, il Department of Public Service dello Stato è chiamato a redigere un nuovo quadro di valutazione ambientale specifico per questo tipo di infrastrutture, che oggi consumano quantità crescenti di elettricità, acqua e suolo. Hochul sta inoltre valutando di eliminare gli incentivi fiscali per gli hyperscaler e di obbligarli a contribuire economicamente al sostegno della rete elettrica statale.
Il provvedimento nasce dalla pressione crescente dell’opinione pubblica e del legislatore. A giugno, l’assemblea di New York aveva approvato il Responsible Data Center Development Act, un testo più severo che fissava la soglia a 20 megawatt e che giace ancora sulla scrivania della governatrice. Il tema, del resto, è nazionale, con almeno tredici altri stati che hanno presentato proposte simili nel corso del 2026, con sponsor sia democratici sia repubblicani, mentre in Maine la governatrice Mills ha posto il veto a una legge analoga lo scorso aprile.
Il contesto tecnico spiega l’urgenza. I data center costruiti negli ultimi anni raramente superavano i cento megawatt, ma quelli in progettazione per servire i grandi modelli di intelligenza artificiale sono di scala completamente diversa. Secondo BloombergNEF, entro il 2030 quasi un quarto delle nuove strutture supererà i 500 megawatt. A cui si aggiunge un dato sociale eloquente, ovvero che solo il 10% degli americani si dice più entusiasta che preoccupato dell’AI nella vita quotidiana, e due terzi temono un aumento delle bollette elettriche legato proprio ai data center.
La mossa di New York apre una faglia politica interessante. Da un lato, l’amministrazione Trump ha spinto la FERC a creare corsie preferenziali per accelerare l’allacciamento delle nuove strutture alla rete; dall’altro, gli stati iniziano a rivendicare il diritto di decidere quanto e come ospitare l’infrastruttura dell’AI. La questione, in fondo, non è se costruire data center, ma chi ne paga il conto ambientale ed energetico. La stagione in cui bastava promettere posti di lavoro per ottenere via libera sembra finita, e i prossimi dodici mesi diranno se il modello newyorkese diventerà lo standard o resterà un’eccezione isolata in un paese che, sull’AI, ha scelto di correre a tutta velocità.
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