
La distillazione tra laboratori di intelligenza artificiale non è più un segreto di Pulcinella. La testimonianza resa da Elon Musk in un tribunale federale della California il 30 aprile scorso ha trasformato un sospetto diffuso in una conferma giudiziaria, aprendo interrogativi che vanno ben oltre la causa legale tra il fondatore di xAI e OpenAI.
Durante il controinterrogatorio condotto dall’avvocato di OpenAI, William Savitt, a Musk è stato chiesto se xAI abbia utilizzato tecniche di distillazione sui modelli di OpenAI per addestrare Grok. La risposta è stata rivelatrice: prima ha affermato che si tratta di una pratica comune tra tutte le aziende del settore, poi, incalzato, ha concesso un “in parte” che equivale a un’ammissione. La distillazione, per chi non ha familiarità con il termine, consiste nell’utilizzare un modello di intelligenza artificiale più grande e potente per addestrarne uno più piccolo, che ne replica le capacità a costi inferiori e con tempi di esecuzione ridotti. Si tratta di una scorciatoia tecnica che permette ai laboratori più giovani di colmare rapidamente il divario con i pionieri del settore.
Il contesto in cui l’ammissione è avvenuta rende la questione ancora più rilevante. Musk sta portando avanti una causa contro OpenAI, il suo amministratore delegato Sam Altman e il cofondatore Greg Brockman, accusandoli di aver tradito la missione originaria no-profit dell’organizzazione trasformandola in un’entità a scopo di lucro. Il processo ha già prodotto momenti di forte tensione, con l’avvocato di OpenAI che ha presentato email e messaggi del 2017 per dimostrare come Musk avrebbe esercitato pressioni trattenendo finanziamenti e sottraendo ricercatori chiave.
L’ironia della situazione non sfugge a nessun osservatore attento. Il dibattito sulla distillazione si era finora concentrato sulle aziende cinesi, in particolare DeepSeek, accusate di sfruttare i modelli americani per costruire alternative competitive a basso costo. OpenAI stessa, in un memorandum inviato a febbraio a una commissione della Camera, aveva sottolineato i propri sforzi per proteggere i modelli dalla distillazione, inquadrando la questione come difesa dell’innovazione americana. Anche l’amministrazione Trump è intervenuta con iniziative volte a contrastare la distillazione da parte di aziende straniere. Ora emerge che la pratica non è esclusiva di laboratori d’oltreoceano ma è radicata anche tra i concorrenti statunitensi, come peraltro dimostra la decisione di Anthropic, che nel 2025 ha bloccato l’accesso di OpenAI ai propri modelli e più di recente ha fatto lo stesso con xAI.
La vicenda illumina una contraddizione strutturale dell’industria dell’intelligenza artificiale. Le stesse aziende che investono miliardi in infrastrutture di calcolo per costruire un vantaggio competitivo vedono quel vantaggio potenzialmente eroso da una tecnica tutto sommato accessibile. È lo stesso paradosso che riguarda il diritto d’autore: i laboratori di frontiera hanno costruito i propri modelli attingendo a enormi quantità di dati altrui, spesso forzando i confini delle norme sul copyright, e ora si trovano nella posizione di chi chiede protezione per i risultati ottenuti con metodi analoghi. La classificazione stilata dallo stesso Musk durante la testimonianza, con Anthropic al primo posto seguita da OpenAI, Google e i modelli open source cinesi, e xAI descritta come realtà molto più piccola con poche centinaia di dipendenti, suggerisce che la distillazione rimarrà una tentazione irresistibile per chiunque cerchi di competere senza disporre delle risorse dei colossi del settore. La vera domanda non è se la pratica continuerà, ma se e quando emergerà un quadro normativo capace di definire con chiarezza dove finisce la competizione legittima e dove inizia l’appropriazione indebita di proprietà intellettuale.
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