Muse Image: il generatore di immagini di Meta che solleva dubbi sulla privacy

Il 7 luglio Meta ha presentato Muse Image, il primo modello di generazione di immagini realizzato dai suoi Superintelligence Labs. Lo strumento è già disponibile gratuitamente attraverso l’app Meta AI, le Storie di Instagram e WhatsApp, con estensione imminente a Facebook e Messenger. L’annuncio, però, invece di concentrarsi sulle qualità tecniche del modello, è stato subito oscurato da una funzione che ha attirato numerose critiche, ovvero la possibilità di trascinare chiunque, purché abbia un profilo Instagram pubblico, dentro immagini generate dall’intelligenza artificiale.

Il meccanismo è di una semplicità disarmante. Basta taggare il nome utente di una persona all’interno di un prompt e Meta AI attinge alle sue foto pubbliche per costruire una nuova immagine con le sue sembianze. L’azienda descrive la funzionalità come un modo giocoso per personalizzare inviti, mockup creativi o grafiche pronte da pubblicare. Ma il punto controverso è che chi ha un profilo pubblico viene automaticamente incluso nel sistema, senza aver mai dato un consenso esplicito. Per sfilarsi occorre disattivare manualmente un’opzione sepolta nelle impostazioni, nella sezione dedicata alla condivisione e al riutilizzo dei contenuti.

C’è di più. Meta ha chiarito che nessuna notifica avviserà l’utente quando qualcuno userà le sue foto per generare un’immagine con l’AI. E le immagini eventualmente già create non verranno cancellate nemmeno cambiando le impostazioni o passando al profilo privato. Accanto a tale funzione, Muse propone applicazioni più innocue, dalla creazione di annunci pubblicitari alla simulazione di arredamenti da abbinare a Facebook Marketplace, fino all’editing testuale delle immagini. Meta ha inoltre confermato che è già in sviluppo Muse Video, la versione dedicata ai contenuti in movimento.

Il timore diffuso non nasce nel vuoto. La storia recente di Meta, dalla vicenda Cambridge Analytica alla chiusura del sistema di riconoscimento facciale di Facebook nel 2021, ha lasciato cicatrici profonde nella fiducia degli utenti. La logica dell’opt-out come impostazione predefinita, ormai consolidata in tutta l’industria dell’AI, riflette una direzione preoccupante, con le aziende che presumono il consenso all’uso dei dati personali, spostando sull’utente l’onere di difendersi. In un ecosistema in cui la generazione di immagini realistiche diventa sempre più accessibile, la questione non è più solo tecnica ma culturale. Vale la pena chiedersi fino a che punto siamo disposti a considerare l’identità visiva delle persone come una materia prima gratuita per l’industria dell’intelligenza artificiale, mentre il quadro normativo arranca nel tentativo di stare al passo.

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