L’intelligenza artificiale in Italia: intervista a Emanuela Girardi

Emanuela Girardi

Ho nuovamente parlato con Emanuela Girardi, Founder POP AI e Membro del Direttivo di AIxIA, l’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale, per fare il punto sullo stato dell’AI in Italia.

Luca Sambucci: Hai una formazione manageriale/imprenditoriale. A volte vediamo l’AI come un campo riservato ai tecnici, agli sviluppatori. Ci racconti il tuo “ingresso” nell’AI?

Emanuela Girardi: Ho lavorato prevalentemente in business dall’alto profilo tecnologico nel mercato nazionale, europeo e statunitense. Ho iniziato nella allora “neo-nata” tecnologia della telefonia mobile (Omnitel), per poi passare al lancio della banda larga, su tecnologia in fibra ottica (Fastweb), e all’introduzione di servizi innovativi come le video chiamate e il video on demand.

Grazie all’esperienza lavorativa in una media impresa commerciale italiana ho quindi potuto assistere direttamente all’adozione di innovazioni digitali nel mondo imprenditoriale.

L’accelerazione dell’introduzione dell’intelligenza artificiale mi ha colpito profondamente e ho così deciso di dedicare parte del mio tempo ad analizzare l’impatto che l’intelligenza artificiale avrebbe avuto sulle nostre vite. Fin da subito è emerso un distaccamento tra la rilevanza delle scoperte nel campo dell’AI e la poca consapevolezza delle persone, quasi ignare di quanto e come queste nuove tecnologie avrebbero rivoluzionato la loro vita quotidiana. Da qui, la decisione di fondare l’associazione Pop AI (Popular Artificial Intelligence) che sta organizzando il primo Festival dell’Intelligenza Artificiale in Italia in programma a giugno durante la Tech Week di Torino – coronavirus permettendo.

Considerato il rilevante impatto che l’Intelligenza Artificiale avrà sulle nostre vite, ritengo fondamentale integrare le diverse competenze e adottare un approccio multi-disciplinare per affrontare e gestire al meglio queste nuove tecnologie.

Ci puoi spiegare brevemente cos’è Pop AI?

Pop AI è un’associazione nata con l’obiettivo di rendere l’intelligenza artificiale una tecnologia “pop”, ossia alla portata di tutti. Quando ho iniziato a studiare questa disciplina mi sono resa conto che la maggior parte delle persone non sapeva cosa fosse, nonostante il suo significativo impatto in molteplici settori della società. Ed è proprio dalla scarsa conoscenza della materia che però deriva il timore delle persone. Nell’immaginario collettivo, si tende infatti ad associare l’AI ad una sorta di Terminator o ad un Grande Fratello in grado di controllarci 24 ore su 24 – rappresentazioni fantascientifiche che non fanno altro che alimentare la paura delle persone. Per non parlare poi della preoccupazione molto diffusa che l’IA sostituirà il lavoro dell’uomo.

Prendendo in considerazione il quadro generale, ho voluto quindi creare un’associazione, che si ponesse lo scopo di spiegare alle persone cos’è l’intelligenza artificiale e quali sono le sue potenzialità e i suoi impatti. Un modo per far arrivare l’IA a tutte le persone attraverso un principio simile a quello utilizzato da Andy Warhol con l’arte pop degli anni ’80. L’arte era infatti considerata elitaria – quindi disponibile a pochi. Grazie alla pop art invece ha raggiunto tutti: ognuno poteva comprenderla e interpretarla.

Anche il nome dell’associazione, Pop AI, prende spunto da questo collegamento.

Cosa ne pensi della strategia della Commissione Europea e quale contributo potrà dare l’Italia?

Il lavoro del Gruppo di Esperti di AI nominati dalla Commissione Europea e quelli dei gruppi nazionali sono sempre stati a stretto contatto. Nel White paper sull’AI e nella EU Data Strategy, pubblicati lo scorso febbraio, sono stati infatti inseriti molti spunti presi dalle varie strategie nazionali europee, in particolare da quella italiana. Proprio dal nostro piano è stato ripreso il concetto di “AI affidabile” e di “AI a supporto dell’uomo”, che ritroviamo al centro di quella europea. In particolare, il nuovo White Paper Europeo intende utilizzare le tecnologie di intelligenza artificiale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite, tema introdotto per la prima volta dal documento italiano.

Un’altra similitudine riscontrabile è rappresentata dalla volontà di creare dei Data Space europei su diversi verticali e di utilizzare nuove forme innovative di condivisione dei dati per supportare le PMI nella raccolta, analisi e condivisione dei propri dati creando valore per se stesse e per l’intero settore economico al quale appartengono. Queste tematiche sono state ampiamente trattate nella strategia italiana al fine di trovare soluzioni, da un lato per aiutare le piccole e medie imprese ad introdurre tecnologie di AI condividendo i propri dati, e, dall’altro, per proteggere i segreti e i vantaggi competitivi delle nostre aziende.

Nel White paper si dichiara inoltre la necessità di realizzare un coordinamento centrale tra tutti i centri di eccellenza europei nella ricerca in AI, un “faro” che venga considerato come il punto di riferimento mondiale delle tecnologie di AI sviluppate in Europa per promuovere un utilizzo etico dell’AI basato sui valori e sulle regole europee.

La missione di CLAIRE è proprio questa: riunire le eccellenze della ricerca in AI e sviluppare un progetto simile al CERN per l’AI.

Ritengo sia di fondamentale importanza avere in Europa un hub che, rispecchiandone i valori, segua e coordini la ricerca e lo sviluppo delle tecnologie di AI “Made in EU”.

Forte della tua esperienza di manager e imprenditrice come giudichi il grado di utilizzo delle tecnologie di AI da parte delle aziende italiane, e in che modo potremmo migliorare lo sfruttamento dell’intelligenza artificiale da parte delle nostre imprese?

Purtroppo, la situazione che stiamo vivendo ha fatto scoprire uno dei punti deboli del sistema economico italiano, ovvero la scarsa digitalizzazione delle nostre piccole e medie imprese.

Dobbiamo quindi riformulare le nostre richieste e tener conto della realtà dei fatti. Stiamo chiedendo, infatti, alle aziende di introdurre le tecnologie di AI senza considerare che molte di esse non hanno ancora digitalizzato i processi. Vogliamo che analizzino i dati in modo predittivo, ma sono ancora poche quelle che li raccolgono in formato digitale.

Nel Bel Paese vi è un altro aspetto preoccupante, segnalato dai dati dell’Osservatorio AI del Politecnico di Milano. L’89% delle imprese italiane dichiara infatti una mancanza di competenze all’interno dell’azienda come la barriera principale all’adozione di tecniche AI, seguita dalla reperibilità di queste sul mercato del lavoro (76%). Per far fronte a questo problema è necessaria una profonda azione di formazione dei manager e dei lavoratori per poter introdurre l’AI nelle nostre aziende e aiutarle a migliorare la produttività e la competitività internazionale.

Vi è però anche qualche segnale positivo. Sempre secondo i dati forniti dal Politecnico di Milano, nel 2019, il 20% delle aziende italiane mostrava già una applicazione di AI stabile in produzione, contro il 12% del 2018, mentre il 54% aveva già avviato almeno un test per utilizzo di tale tecnologia. Una crescita che spero non si arresti nel breve periodo.

Molte persone hanno paura di perdere il lavoro a causa dell’AI, o che i propri figli avranno difficoltà a trovare lavoro o intraprendere una carriera in un futuro dove AI e automazione saranno ovunque. Tu cosa ne pensi?

Il mercato del lavoro è dinamico, probabilmente molti dei lavori che i miei figli svolgeranno non esistono ancora. Una situazione analoga l’ho vissuta anche io: quando ero studentessa infatti non esistevano molte delle professioni che ho poi svolto e delle aziende per le quali ho poi lavorato. Il mio primo impiego in Italia, ad esempio, è stato in Omnitel (oggi Vodafone), il primo operatore nazionale privato di servizi di telefonia mobile, che è stato fondato nel 1995 quando io ero ancora all’Università. Anche l’intero settore economico delle società che hanno un business model basato su internet non esisteva: Alibaba è stata fondata nel 1999, Facebook nel 2004, Amazon ha venduto il suo primo libro online nel 1995 e Google (la parent company Alphabet), fondata nel 1998, ha oggi un 1 bilione (1.000 miliardi) di dollari di capitalizzazione di mercato, metà del PIL italiano!

Credo che, grazie alle nuove tecnologie di AI, alcuni lavori scompariranno, come già è accaduto in passato, mentre diverse mansioni verranno completamente automatizzate o svolte da algoritmi di AI. In questo scenario futuro, tempo e risorse saranno quindi dedicati alle attività che richiedono l’interrelazione tra esseri umani o che, più semplicemente, non vogliamo delegare alle macchine in quanto riteniamo necessaria la decisione umana.

I fattori “tempo e risorse” aggiuntivi risultano dunque un elemento chiave, bisogna solo decidere come impiegarli per migliorare la qualità di vita delle persone. Un risultato che possiamo raggiungere se ci poniamo le giuste domande riguardanti obiettivi e priorità sia economiche che sociali: le tecnologie di AI ci servono per aumentare la produttività delle nostre aziende o per migliorare le condizioni di lavoro e di vita delle persone?

Nel contesto appena presentato, la preparazione dei nostri studenti e le attività di formazione dell’attuale forza lavoro assumono dunque primaria importanza. Tutti i lavoratori dovranno imparare ad usare le nuove tecnologie che verranno inserite nelle aziende, stesso ragionamento è valido anche per chi perderà il lavoro e dovrà ricevere un’adeguata formazione per poter svolgere le nuove professioni che stanno nascendo, come per esempio l’addestratore di algoritmi di AI.

La grande sfida riguarderà la modernizzazione del nostro sistema scolastico che dovrà essere in grado di formare le persone con le competenze e la forma mentis adeguate. È necessario introdurre l’informatica e il coding nelle scuole italiane a partire dalla materna. Vi è inoltre bisogno di un corpo docente competente capace di insegnare veramente queste materie, come successo con l’inglese. Sia ben chiaro: non dobbiamo diventare tutti data scientist, ma anche chi decide di studiare discipline umanistiche deve avere una formazione informatica per poter lavorare con i dati e saper utilizzare al meglio le nuove tecnologie di AI. Un discorso analogo si può applicare alla medicina, i dottori di domani dovranno saper utilizzare l’AI per migliorare l’efficacia del proprio lavoro. Io credo che la tecnologia migliorerà la vita ma è fondamentale investire in educazione.

In quali ambiti della quotidianità e della vita di tutti i giorni vedi l’intelligenza artificiale come maggiormente utile alla vita dei cittadini?

Come già affermato in precedenza, l’intelligenza artificiale sta cambiando e cambierà sempre più aspetti della nostra vita, dal modo in cui ci spostiamo, lavoriamo, impariamo ed, infine, comunichiamo.

I potenziali benefici sono molti e, oggi, li vediamo soprattutto in campo medico dove le applicazioni AI si stanno dimostrando un ottimo supporto alle azioni di contenimento e diffusione del coronavirus. I vantaggi però non si esauriscono in questo settore: si pensi a quanto tali tecnologie possano migliorare l’inclusione e l’accessibilità delle persone con disabilità. Nel mondo ci sono circa 1 miliardo di persone con una qualche disabilità, una persona su 7, rappresenterebbero la terza nazione al mondo per numerosità di persone dopo Cina e India. Innumerevoli sono i sistemi e le applicazioni di AI che ottimizzano notevolmente la vita delle persone disabili e, indirettamente, la vita di chi vive loro accanto. Per esempio, l’app Seeing AI usa l’intelligenza artificiale per riconoscere e descrivere in real time una scena che sta avvenendo o le app che permettono di convertire i messaggi vocali in testo sono molto utili per i non udenti. Molti altri sono gli esempi che posso citare come le tecnologie in grado di tradurre in tempo reale segnali audio in testi di diverse lingue, validi strumenti a supporto dei non udenti, invece, le tecnologie brain-computer-interface potrebbero essere utilizzate per ripristinare la mobilità degli arti paralizzati.

Cosa ne pensi del dibattito in corso che vede il deep learning puro come “superato” e il tentativo di dare all’intelligenza artificiale la possibilità di capire causa ed effetto attraverso un parziale ritorno al simbolismo?

Il dibattito fra le tecniche simboliche e quelle sub simboliche è presente da quando è nata la disciplina di AI. Negli ultimi anni, il deep learning ha dimostrato di saper affrontare con successo temi percettivi come il riconoscimento di oggetti e del parlato, trovando, di conseguenza, un ampio utilizzo nella diagnostica, ambito nel quale i metodi simbolici avevano fallito. Se esaminiamo con attenzione gli incredibili risultati recentemente conseguiti, scopriamo che in realtà sono stati affrontati e risolti problemi coniugando tecniche simboliche e sub-simboliche. Tra i programmi che presentano una combinazione vincente di intuizione e logica, cito ad esempio AlphaGo il software di DeepMind che nel 2016 ha battuto il campione del mondo di Go. Utilizzando una DNN (deep neural network), che ha imparato a scegliere sulla base dell’apprendimento, l’algoritmo usa tecnologie di planning per capire quali siano le mosse migliori e risolvere il gioco.

Oppure pensiamo al risolutore di teoremi di Google. Un teorema va risolto e dimostrato attraverso la logica, ma per trovare la strada migliore il matematico si affida all’intuizione, ovvero ad una DNN che cerca di predire quali ipotesi e teoremi già dimostrati possono essere impiegati per trovare una soluzione al problema in esame. Il grande giocatore di Go (ma anche di scacchi), il matematico e lo scienziato lavorano proprio così: usano percezione, intuizione e ragionamento.

La direzione verso cui andare, secondo me, è proprio quella di mettere insieme i diversi approcci, un obiettivo che anche il progetto europeo TAILOR vuole raggiungere. Promosso da CLAIRE e finanziato dalla comunità europea, tale ricerca si propone di realizzare un’AI affidabile sviluppando e integrando le diverse tecnologie di apprendimento automatico, ragionamento e ottimizzazione. Utilizzando e combinando i diversi strumenti si possono ottenere risultati ancora più brillanti, proprio come facciamo noi umani.

Mi sono appassionato all'intelligenza artificiale da quando ho potuto vedere all'opera i primi sistemi esperti negli anni '80. Già dal 1989 mi occupavo di cybersecurity (analizzando i primi virus informatici) ma non ho mai smesso di seguire gli sviluppi dell'AI. Dopo la laurea in Management ho conseguito una specializzazione in Business Analytics a Wharton e una certificazione Artificial Intelligence Professional da IBM. Sono socio fondatore del chapter italiano di Internet Society, membro dell’Associazione Italiana esperti in Infrastrutture Critiche (AIIC), della Association for the Advancement of Artificial Intelligence (AAAI) e dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (AIxIA). Partecipo ai lavori della European AI Alliance della Commissione Europea e del Consultation Forum for Sustainable Energy in the Defence and Security Sector della European Defence Agency. Questo blog è personale.