
A cinquanta chilometri l’ora, un veicolo militare conduce autonomamente operazioni di supporto al combattimento. È il Norinco P60, presentato a febbraio e alimentato dal modello DeepSeek. Caso emblematico, ma non isolato: centinaia di documenti analizzati da Reuters raccontano l’integrazione metodica di modelli di intelligenza artificiale nelle capacità dell’Esercito Popolare di Liberazione.
Dalle ricerche ai brevetti fino alle gare d’appalto emerge lo sforzo per ottenere un vantaggio operativo attraverso l’AI. Le applicazioni vanno dal riconoscimento autonomo degli obiettivi al supporto decisionale in tempo reale sul campo, in una traiettoria che ricalca gli investimenti statunitensi. Colpisce l’uso crescente di DeepSeek da parte di entità militari cinesi, con una dozzina di gare d’appalto nel 2025 che lo citano esplicitamente, a fronte di una sola menzione per Qwen di Alibaba, oggi il rivale nazionale più vicino.
I progetti in cantiere sfiorano la fantascienza, con cani robot che perlustrano in branco, sciami di droni capaci di tracciare gli obiettivi in autonomia, centri di comando immersivi e simulazioni belliche avanzate. Ricercatori dell’Università Tecnologica di Xi’an sostengono che un sistema basato su DeepSeek abbia valutato diecimila scenari di battaglia in quarantotto secondi, compito che a un team di pianificatori avrebbe richiesto quarantotto ore. L’obiettivo è accorciare drasticamente l’intervallo tra l’identificazione di un bersaglio e l’esecuzione di un’operazione.
Sul fronte hardware il quadro è più sfumato. Nonostante le restrizioni statunitensi all’export dei chip Nvidia avanzati introdotte a settembre 2022, i documenti indicano che l’Esercito Popolare di Liberazione continua a impiegare e ricercare processori Nvidia, inclusi i modelli soggetti a controllo. Trentacinque brevetti depositati anche di recente da accademici affiliati alle forze armate citano l’uso degli A100. In parallelo cresce l’adozione dei chip Huawei Ascend, prodotti in patria, in linea con la campagna di Pechino per la cosiddetta sovranità algoritmica.
La corsa agli armamenti basata sull’AI apre interrogativi tutt’altro che astratti sul futuro della guerra. Pechino e Washington ribadiscono di voler mantenere un controllo umano sui sistemi d’arma, ma la pratica operativa spinge verso un’autonomia sempre più ampia. La capacità di macinare migliaia di scenari in pochi secondi e di coordinare sistemi complessi senza intervento umano riduce i tempi decisionali fino a trasformare il giudizio umano da garanzia a collo di bottiglia. L’equilibrio strategico potrebbe presto misurarsi meno nella potenza di fuoco e più nella qualità della potenza computazionale e degli algoritmi, una metrica che non promette scelte più facili.
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