
Per capire quanto sia diventata tesa la corsa ai chip per l’intelligenza artificiale conviene guardare i calendari. Huawei ha annunciato al suo Huawei Connect che il prossimo acceleratore Ascend 960DT non arriverà nel terzo trimestre del 2027, come previsto in origine, ma già nel primo trimestre dello stesso anno. Sei mesi di anticipo, in un settore dove progettare e produrre un chip richiede anni, non sono un dettaglio ma un messaggio.
Il destinatario è soprattutto Nvidia, che oggi domina il mercato mondiale degli acceleratori per l’AI, ma anche Washington. L’annuncio è arrivato a una settimana esatta dall’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto per il 24 settembre a Washington, in un momento in cui le restrizioni statunitensi all’export di semiconduttori avanzati verso la Cina restano uno dei nodi più delicati dei rapporti tra le due potenze. Secondo il portavoce dell’azienda, i chip della famiglia Ascend 960 raddoppieranno le prestazioni rispetto alla generazione precedente e seguiranno una cadenza annuale di aggiornamento.
Ma la partita di Huawei non si gioca soltanto sul singolo processore. L’obiettivo dichiarato è trasformare centinaia di migliaia, e in prospettiva milioni, di chip in un unico enorme computer. L’azienda chiama l’approccio Peerium Computing Architecture e lo fonda su UnifiedBus, la tecnologia proprietaria che collega i processori a memoria, storage e rete. I primi sistemi costruiti su tale architettura sono Atlas 950 SuperPoD e SuperCluster, quest’ultimo in grado di collegare fino a 256.000 schede acceleratrici. Una strategia coerente con i limiti imposti dall’embargo, perché se non puoi avere il chip più potente del mondo puoi provare a metterne insieme molti di più e farli lavorare come se fossero uno solo.
Non mancano però le zone d’ombra. L’analista Rui Ma ha notato che Huawei aveva inizialmente indicato un Atlas 960 SuperPoD capace di scalare fino a 15.488 chip Ascend 960, mentre il sistema presentato questa settimana si ferma a 4.096. Il chip arriva molto prima, insomma, ma la macchina che lo ospita è parecchio più piccola di quanto promesso.
Resta la sensazione che le restrizioni tecnologiche stiano producendo un effetto in parte opposto a quello desiderato, accelerando la spinta cinese all’autosufficienza. Eric Xu, uno dei presidenti a rotazione di Huawei, ha sostenuto che le aziende cinesi debbano correre di più per colmare il divario con gli Stati Uniti e solo dopo affrontare pienamente i rischi dei sistemi più potenti. Una logica speculare a quella di Trump, che respinge gli appelli a rallentare in nome della sicurezza. Due blocchi che si guardano e si rincorrono, ciascuno usando l’altro come giustificazione per non fermarsi. Più delle specifiche tecniche, è questa dinamica a meritare attenzione nei prossimi anni, perché definisce il ritmo a cui entrambi scelgono di andare avanti senza mai chiedersi dove si stia andando.
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