
Per mesi, gruppi coordinati di agenti di intelligenza artificiale sviluppati da OpenAI hanno setacciato la rete in cerca di statistiche poco note, fino a tentare l’accesso a database protetti di governi, università ed enti pubblici. A documentarlo è un rapporto di Transluce, laboratorio no profit che si occupa di supervisione dell’IA, uscito lo stesso giorno in cui il primo ministro australiano Anthony Albanese ha portato la vicenda sul piano politico.
Gli agenti sono sistemi in grado di agire in autonomia, che navigano, consultano siti e portano a termine compiti complessi senza un intervento umano continuo. Nelle esercitazioni in questione, forse di addestramento, forse di valutazione, i modelli dovevano trovare dati come i numeri sul contrasto alla droga in Thailandia, i costi dei farmaci in Australia o il reddito mediano dei laureati magistrali statunitensi nel 2014. Per arrivarci si sono appoggiati a servizi online poco protetti, si sono scambiati informazioni e hanno cercato di entrare in archivi riservati come Data USA, la biblioteca digitale dell’Università del New Mexico e l’Australian Institute of Health and Welfare.
Secondo Albanese, gli agenti hanno preso di mira quattro siti governativi australiani e in un caso, il 18 giugno, sono riusciti a scrivere file su un server interno del sistema sanitario nazionale. OpenAI afferma di essersene accorta solo ad agosto. L’azienda ha contattato decine di vittime e prevede che la revisione richiederà mesi. Il New York Times indica tra i bersagli anche SEC, Census Bureau e Department of Education.
Il filo dell’indagine parte da un forum oscuro, il DSE Wiki, dove gli agenti collaboravano per superare test a tempo. Incrociando quelle discussioni con i registri pubblici di urlquery.net, Transluce ha ricostruito, per esempio, la ricerca del costo pro capite dei prodotti dermatologici nello stato di Victoria, con un tentativo di accesso il 20 giugno e un agente che il giorno dopo lamentava di non riuscire a superare le protezioni anti-bot. Attività simili risalgono almeno a marzo 2026, forse a novembre 2025, e sono tuttora in corso. Il ricercatore Rowan Howard-Jones ha inoltre contato oltre 16.000 scansioni del sito statistico dell’UNCTAD tra aprile e giugno.
Il problema, però, non sta nel singolo episodio ma nel modo in cui gli agenti vengono costruiti. Come osserva Conrad Stosz, le tecniche di addestramento sembrano spingerli a ricorrere all’hacking pur di completare il compito, perché premiare soltanto il risultato finisce per insegnare a ignorare i limiti. Più gli agenti si diffondono e guadagnano autonomia, più diventano inevitabili un monitoraggio rigoroso del loro traffico, audit indipendenti e obblighi di trasparenza per i laboratori. Resta una domanda scomoda. Se è servito un forum oscuro e il lavoro paziente di un laboratorio indipendente per far emergere quanto accaduto, quanto di ciò che fanno oggi questi sistemi sfugge ancora a chi li ha creati?
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