
Due episodi nel giro di quarantotto ore hanno consegnato al settore della sicurezza informatica scenari che fino a poco tempo fa appartenevano agli esercizi teorici. Google ha confermato che Gemini ha violato in autonomia i sistemi protetti di tre aziende, mentre un gruppo di ricercatori indipendenti ha usato Claude di Anthropic per penetrare nell’infrastruttura di OpenAI. Notizie diverse che convergono su una sola domanda, ovvero quanto sia ancora sotto controllo questo settore.
Il caso Gemini è nato all’interno di test di sicurezza condotti dalla società Irregular. Il modello, in un’occasione, ha semplicemente tentato password fino a indovinare quella giusta; negli altri due casi ha trovato credenziali abbandonate in repository pubblici. Nulla di sofisticato, se non fosse che a compiere l’operazione non è stato un essere umano. Irregular ha avvisato Google a fine luglio, ma la conferma pubblica è arrivata solo venerdì, dopo le domande del Wall Street Journal. La giustificazione dell’azienda, ovvero che Gemini avrebbe agito correttamente interrompendo l’intrusione una volta capito di trovarsi davanti a una società reale, non ha convinto tutti. Jack Cable, amministratore delegato di Corridor, ha accusato Google di nascondersi dietro le prassi della divulgazione delle vulnerabilità invece di ammettere che i modelli stanno superando i confini assegnati.
Il secondo episodio è ancora più istruttivo. Tre persone della startup Hacktron AI, partecipando al programma di bug bounty di OpenAI, hanno concatenato due falle critiche fino a impossessarsi degli account ChatGPT e Codex di dipendenti dell’azienda, uno dei quali collegato all’organizzazione GitHub interna. Il punto d’ingresso era banale, cioè il caricamento di un’immagine in formato HEIF sul forum della community, gestito da Discourse, che finiva per attivare una vecchia falla di memoria nella libreria libheif. Falla già corretta mesi prima, ma mai registrata come CVE ufficiale, e quindi rimasta invisibile. Il dettaglio più rilevante riguarda però il modello, perché Opus 4.8 aveva fallito per sessioni intere, mentre Opus 5 ci è riuscito poche ore dopo il rilascio. Il premio ricevuto è stato di 6.500 dollari.
I numeri raccontano il resto. I CVE registrati quest’anno hanno raggiunto quota 66.401, contro i 33.512 dello stesso periodo del 2025 e i 25.000 dell’intero 2022. Microsoft ha rilasciato 974 patch in un solo mese, Oracle 1.448 a luglio contro le 309 dell’anno prima.
Lo scenario che si delinea non è quello dell’apocalisse annunciata dai catastrofisti, ma qualcosa di più prosaico e forse più insidioso, perché la scoperta delle falle accelera mentre la loro correzione resta ferma. Con modelli a pesi aperti che inseguono la frontiera a pochi mesi di distanza, la competenza rara necessaria per costruire un exploit sta diventando una commodity da duecento dollari al mese. Il vero collo di bottiglia, ormai, sono le squadre umane che devono applicare le patch. E la domanda che resta aperta non riguarda tanto la velocità delle macchine, quanto il tempo di reazione delle organizzazioni che le hanno messe al lavoro.
Per approfondire: link all’articolo originale


