
La storica Encyclopaedia Britannica e il dizionario Merriam-Webster hanno deciso di portare OpenAI in tribunale, accusando il colosso dell’intelligenza artificiale di aver commesso una violazione massiccia del diritto d’autore. La notizia, arrivata venerdì scorso, aggiunge un nuovo capitolo alla battaglia legale che vede da un lato gli editori tradizionali e dall’altro le aziende che sviluppano modelli linguistici di grandi dimensioni.
Secondo quanto riportato nella denuncia, Britannica, che detiene la proprietà di Merriam-Webster, sostiene che OpenAI abbia utilizzato senza autorizzazione quasi centomila articoli protetti da copyright per addestrare i propri modelli. L’accusa non si limita alla fase di addestramento. Britannica contesta anche che ChatGPT produca risposte contenenti riproduzioni parziali o integrali dei propri contenuti, e che il meccanismo di retrieval augmented generation (RAG), la tecnologia con cui il sistema cerca informazioni aggiornate sul web per rispondere alle domande degli utenti, attinga sistematicamente al materiale dell’editore. C’è inoltre un’accusa particolarmente interessante sul piano legale, quella relativa al Lanham Act, la normativa statunitense sui marchi. Britannica sostiene che quando ChatGPT genera informazioni inventate, le cosiddette allucinazioni, e le attribuisce falsamente alla testata, si configura una violazione del marchio che danneggia la credibilità costruita in oltre due secoli di attività editoriale.
Il cuore economico della questione è altrettanto rilevante. La denuncia afferma esplicitamente che ChatGPT sottrae entrate agli editori generando risposte che sostituiscono e competono direttamente con i contenuti originali. In altre parole, se un utente ottiene da ChatGPT la stessa informazione che avrebbe cercato su Britannica, quell’utente non visiterà mai il sito dell’editore, privandolo di traffico e introiti pubblicitari.
Britannica si unisce a una lista ormai lunga di querelanti che include il New York Times, Ziff Davis, decine di testate nordamericane e la Canadian Broadcasting Corporation. Una causa simile intentata da Britannica contro Perplexity è ancora in corso. Sul piano dei precedenti giudiziari, va segnalato che il giudice federale William Alsup ha riconosciuto lo scorso anno che l’uso di contenuti protetti come dati di addestramento può essere considerato trasformativo e quindi legale, pur condannando Anthropic al pagamento di un miliardo e mezzo di dollari per aver scaricato illegalmente milioni di libri senza acquistarli.
La causa arriva in un momento in cui il rapporto tra produttori di contenuti e sviluppatori di intelligenza artificiale si trova a un bivio. Il settore sembra muoversi verso un futuro in cui gli accordi di licenza diventeranno la norma piuttosto che l’eccezione, e in cui i tribunali saranno chiamati a tracciare i confini del diritto d’autore nell’era dei modelli generativi. L’esito di queste battaglie legali non determinerà soltanto chi deve pagare chi, ma plasmerà il modo stesso in cui la conoscenza viene prodotta, distribuita e remunerata nei prossimi decenni.
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