
Anthropic ha annunciato che il suo assistente Claude rimarrà privo di pubblicità, mentre OpenAI ha iniziato a testare inserzioni pubblicitarie per gli utenti del piano gratuito e Go di ChatGPT. La questione non è semplicemente commerciale, ma tocca il cuore stesso di come concepiamo il rapporto tra utenti e intelligenza artificiale.
La presa di posizione di Anthropic è arrivata con tempismo studiato, accompagnata da una campagna pubblicitaria durante il Super Bowl che ironizza sugli assistenti virtuali capaci di interrompere conversazioni personali con proposte commerciali.
Nel suo comunicato, la società ha dichiarato che una conversazione con Claude non è il luogo adatto per la pubblicità, sostenendo che gli annunci sarebbero incompatibili con la natura di un assistente pensato per il lavoro e la riflessione profonda. OpenAI, dal canto suo, ha specificato che le pubblicità appariranno come banner separati dalle risposte e non influenzeranno il contenuto generato dal chatbot.
La reazione di Sam Altman non si è fatta attendere. Il fondatore di OpenAI ha definito la campagna di Anthropic disonesta, pur ammettendo di aver riso guardando gli spot. Altman ha poi alzato i toni, accusando il rivale di essere autoritario e di voler controllare cosa le persone possano fare con l’intelligenza artificiale. Un’escalation verbale che tradisce quanto la questione sia delicata per entrambe le aziende.
I numeri aiutano a comprendere le ragioni di scelte così divergenti. OpenAI prevede di bruciare circa nove miliardi di dollari nel corso di quest’anno, a fronte di tredici miliardi di ricavi, e solo il cinque percento degli ottocento milioni di utenti settimanali di ChatGPT paga un abbonamento. Anthropic, con un modello di business più contenuto e focalizzato su contratti aziendali, sembra avvicinarsi più rapidamente alla redditività grazie anche al successo di Claude Code tra gli sviluppatori.
Una contrapposizione, la loro, che riflette una tensione più ampia nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Da un lato la necessità di sostenere economicamente servizi utilizzati da centinaia di milioni di persone, dall’altro la preoccupazione che incentivi pubblicitari possano gradualmente alterare la qualità e l’imparzialità delle risposte. Resta da capire se gli utenti, nel tempo, sapranno distinguere tra un assistente che li serve e uno che, almeno in parte, serve qualcun altro.
Per approfondire: link all’articolo originale


