
Martedì, alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump e i vertici delle principali aziende di intelligenza artificiale hanno firmato un impegno comune sulla sicurezza dei modelli più avanzati. Doveva essere un momento solenne, eppure nella foto del documento condivisa dal presidente su Truth Social, proprio sotto la sua firma, si legge “Unites States” anziché “United States”. Un refuso, certo, che però dice qualcosa sulla cura con cui il testo è stato preparato.
L’accordo, presentato come “Joint Commitment on Frontier Responsibilities” e indicato anche come “White House Accord on Super Intelligence”, porta le firme di Google, Anthropic, Meta, OpenAI, xAI e Nvidia. Le aziende si impegnano a dotarsi di controlli interni solidi per verificare che i propri modelli si comportino come previsto e non agiscano in modo imprevisto. Il compito andrà affidato a una squadra interna dedicata, che dovrà collaborare con un supervisore esterno indipendente e riferire a un apposito comitato del consiglio di amministrazione.
Il nodo è che si tratta di un impegno volontario. Non sembrano esserci conseguenze legali per chi non lo rispetta, salvo l’ipotesi che venir meno a promesse pubbliche configuri un inganno nei confronti dei consumatori. Il patto arriva poche settimane dopo che Sam Altman, Dario Amodei ed Elon Musk avevano chiesto di rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, una richiesta respinta da Trump e da Jensen Huang di Nvidia. Mark Zuckerberg lo ha definito un “inizio” attorno a cui l’intero settore potrebbe convergere.
Il contorno, poi, ha più di un tratto curioso. Con un ordine esecutivo il presidente impone alle agenzie federali di sostituire l’espressione “intelligenza artificiale” con “superintelligenza”, o “SI”. Trump ha anche sostenuto che le sue precedenti affermazioni, secondo cui i timori sulla sicurezza sarebbero una “bufala” dei democratici, non valgono più dopo il cambio di nome. Nel frattempo la Federal Trade Commission intende indagare su diverse aziende del settore per possibili violazioni a tutela dei consumatori, mentre i laboratori chiedono un’esenzione antitrust per potersi coordinare sulla sicurezza.
Ne esce un’autoregolamentazione che somiglia più a una dichiarazione d’intenti che a un sistema di garanzie. Impegni simili erano già stati sottoscritti con Regno Unito e Corea del Sud senza produrre svolte decisive, e finché la competizione con la Cina resterà la bussola della politica americana sarà difficile che la sicurezza esca dal perimetro delle cerimonie. Resta da capire se a chiedere conto di quelle promesse saranno le aule della FTC, i tribunali o un legislatore disposto, prima o poi, a trasformarle in regole vincolanti. E se, nel frattempo, quel refuso sotto la firma presidenziale non finirà per sembrare il dettaglio più sincero dell’intera vicenda.
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