Anthropic contro il Pentagono: il vuoto normativo sull’IA si ritorce contro chi lo ha voluto

Immagine realizzata con Ideogram

La crisi esplosa tra Anthropic e il Pentagono alla fine di febbraio è uno di quei momenti in cui le contraddizioni accumulate da un intero settore vengono alla luce in modo improvviso e plateale. Il presidente Trump ha ordinato a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’utilizzo delle tecnologie Anthropic, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha designato l’azienda come rischio per la catena di approvvigionamento della sicurezza nazionale. La colpa di Anthropic è stata rifiutare che i propri modelli di intelligenza artificiale venissero impiegati per la sorveglianza di massa dei cittadini americani e per droni armati autonomi capaci di selezionare e uccidere bersagli senza intervento umano.

Al centro della vicenda c’è una domanda, e cioè chi debba decidere come vengono impiegati i sistemi di intelligenza artificiale più potenti al mondo, se le aziende che li costruiscono o i governi che intendono utilizzarli. Anthropic ha sempre costruito la propria identità pubblica attorno al concetto di sicurezza, eppure collaborava con agenzie di difesa e intelligence già dal 2024. Il Pentagono, dal canto suo, sostiene che nessun fornitore privato debba imporre limiti agli usi legittimi della tecnologia da parte delle forze armate. La situazione si è risolta nel modo più brusco possibile, con un contratto da duecento milioni di dollari a rischio e la prospettiva concreta che Anthropic venga esclusa dall’intero ecosistema dei contractor della difesa.

Come ha osservato il fisico del MIT Max Tegmark in un’intervista rilasciata proprio nelle ore della crisi, il paradosso è che Anthropic e i suoi concorrenti hanno contribuito a creare le condizioni di questo scontro. Per anni OpenAI, Google DeepMind, Anthropic e xAI hanno fatto pressione contro qualsiasi regolamentazione vincolante dell’intelligenza artificiale, promettendo che si sarebbero autoregolamentati. Il risultato è che oggi negli Stati Uniti esistono meno norme sull’intelligenza artificiale che sulla vendita di panini. In assenza di un quadro legislativo che definisca cosa sia lecito e cosa no, non esiste alcuna protezione per le aziende che vogliano tracciare confini etici, né per i cittadini che quei confini dovrebbero tutelare.

Un dato mi ha colpito in modo particolare. Nei giorni della crisi, l’app Claude di Anthropic è salita al primo posto nell’App Store americano, superando ChatGPT di OpenAI. Le iscrizioni giornaliere hanno battuto ogni record e gli utenti a pagamento sono raddoppiati dall’inizio dell’anno. La presa di posizione di Anthropic ha generato un effetto di solidarietà da parte del pubblico che ricorda le dinamiche dei boicottaggi al contrario, dove il consumatore premia chi si espone. Nel frattempo OpenAI ha annunciato un proprio accordo con il Pentagono, dichiarando di condividere le stesse linee rosse di Anthropic pur trovando un’intesa con il governo.

La vicenda segna probabilmente un punto di non ritorno nel rapporto tra industria dell’intelligenza artificiale e potere politico. Il vuoto normativo che le stesse aziende hanno contribuito a mantenere si sta trasformando nel loro principale punto di vulnerabilità. Quando non esistono leggi che definiscano i limiti dell’impiego militare dell’intelligenza artificiale, qualunque governo può chiedere qualunque cosa, e l’unica difesa rimasta è il rifiuto individuale di un’azienda, con tutte le conseguenze commerciali e legali che ne derivano. Chissà se il settore trarrà da tutto ciò la conclusione più ovvia, e cioè che senza regole condivise la corsa all’intelligenza artificiale rischia di trasformarsi in una partita dove nessuno controlla davvero il tavolo da gioco, oppure se continuerà a preferire l’illusione dell’autoregolamentazione fino alla prossima crisi.

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