L’AI potrebbe togliere più lavoro agli uomini che alle donne

Roboworkers

Non è facile prevedere l’impatto dell’intelligenza artificiale (chiamiamola anche automazione avanzata) sul mondo del lavoro: non c’è ancora abbastanza pervasività, alcuni settori hanno adottato le automazioni prima di altri, molte previsioni si basano su casi-studio e analisi di esperti invece che sull’osservazione di ampie fette del mercato del lavoro.

Per questo motivo un dottorando di Stanford, Michael Webb, ha proposto un metodo alternativo per provare a prevedere l’impatto dell’AI sui posti di lavoro: analizzando la sovrapposizione fra i brevetti che coinvolgono l’intelligenza artificiale e le descrizioni dei singoli ruoli lavorativi (job description).

Il risultato è dato quindi da associazioni statistiche fra termini e concetti invece che da analisi soggettive. O in altre parole, più un brevetto di intelligenza artificiale parla di concetti e usa termini associati a una determinata job description, più quel ruolo è considerato “a rischio” automazione.

Da questa analisi si scopre che i lavori maggiormente svolti da uomini, come manager, supervisore, analista, insomma i classici “colletti bianchi”, sono a maggior rischio automazione/AI rispetto ai ruoli dove generalmente si nota una maggiore presenza femminile, ovvero quelli con coinvolgimento interpresonale, come nell’educazione, nella sanità, nella cura della persona.

Il risultato indica inoltre come i ruoli che si basano su titoli di studio come il dottorato, la laurea o la qualifica professionale sono da quattro a cinque volte più a rischio automazione rispetto a chi ha finito solo le superiori.

Il rapporto completo è disponibile qui (pdf).

Commento: più di una società di ricerche di mercato ha difficoltà a prevedere come impatterà l’AI sul mercato del lavoro. A volte ci si deve affidare a qualche dato preliminare “condito” da un bel po’ di expert-opinion per riuscire a dare una risposta al mercato. Non mi stupisco quindi che qualcuno cerchi di provare metodi alternativi, nonché misurabili.

I risultati contraddicono molte delle convinzioni degli esperti, ovvero che l’AI impatterebbe fin da subito sui lavori ripetitivi e poco creativi. Grazie alla narrativa attuale i manager si sentivano al sicuro, mentre i lavoratori al nastro trasportatore un po’ meno. Ora questo studio dà un piccolo scossone anche ai colletti bianchi, soprattutto se laureati, e conferma che i lavori con molta “intelligenza sociale” sono ancora relativamente al sicuro.

Io personalmente non so quanto confrontare la terminologia dei brevetti sull’AI con le job description possa produrre risposte efficaci, ma è comunque un dato misurabile. Vedremo se reggerà il confronto con i dati che usciranno dal mondo reale.

Mi occupo da molti anni di intelligenza artificiale. Dopo la laurea in Management ho conseguito una specializzazione in Business Analytics a Wharton, una certificazione Artificial Intelligence Professional da IBM e una sul machine learning da Google Cloud. Ho trascorso la maggior parte della carriera – trent'anni - nel settore della cybersecurity, dove fra le altre cose sono stato consigliere del Ministro delle Comunicazioni e consulente di Telespazio (gruppo Leonardo). Oggi mi occupo prevalentemente di intelligenza artificiale, con consulenze sull'AI presso aziende private e per la Commissione Europea, dove collaboro con la European Defence Agency e il Joint Research Centre. Questo blog è personale e le opinioni espresse appartengono ai singoli autori.